
Ci racconta la sua storia in questo settore della nautica?
La mia storia comincia nell’84 quando, avendo iniziato a disegnare barche a vela da regata, venni a Viareggio con l’idea di propormi andando a bussare a tutte le porte in un momento in cui nella vela non c’era nessuno, a parte Fabio Perini che nell’83 aveva lanciato la sfida italiana alla Coppa America con Challenge 12. Provai prima da lui ma mi risposero che in quel momento non avevano intenzione di fare progettazione quindi mi rivolsi a Fogliuzzi, che mi concesse di lavorare da apprendista per qualche mese. Fui richiamato da Perini qualche tempo dopo, quando decise di aprire la Perini Navi che avrebbe cambiato il modo di andare a vela seguendo la vision di inserire l’automazione sulle barche a vela, avvalendosi anche della mia competenza meccanica. Poi io intrapresi un’altra strada sfruttando l’esperienza che avevo acquisito in Perini per applicarla al mondo più evoluto del carbonio, un nuovo materiale che rendeva tutto più performante e, ovviamente, più leggero. Non fu facile far cambiare il passo perché gli armatori non erano ancora pronti a capire che una barca in carbonio poteva essere migliore; fu una sfida ma la nautica cambiò profondamente quando si passò dal mondo delle barche pesanti a quello delle barche leggere, an- che grazie a importanti realtà di quei tempi, fine anni ’80, metà anni ’90, come BALTIC YACHTS Finlandia con la quale collaboravo sulla ricerca nei materiali e nel design innovativo.
Quindi il tema del peso è stato fondamentale nell’evoluzione della nautica?
Il peso è quello che ha cambiato lo yachting anche se, come dicevo, non è stato semplice far comprendere all’utenza che leggerezza non significava fragilità. I primi alberi in carbonio non li voleva nessuno, gli scafi in Carbonio a sandwich nemmeno. Ma la lungimiranza di alcuni è stata fondamentale perché si era capito che chi voleva avere barche performanti doveva investire in tecnologie e materiali, anche prendendo spunto dal mondo della vela da regata . Teniamo conto che la nautica è piuttosto resistente alle innovazioni rispetto ad altri settori dove la tecnologia è accolta come un’opportunità perché c’è la questione della sicurezza, un fattore preponderante a bordo. Ci vogliono anni prima che un cambia- mento si consolidi ed è un rischio grandissimo per chi investe; per questo c’è voluto molto tempo prima che tutti capissero che una barca a vela in fibra di carbonio era dieci volte più duratura, più si- cura e affidabile di una in alluminio o in vetroresina. Anche l’aspetto dell’automazione è stato difficile da far digerire: abbiamo dovuto convincere l’armatore che premere un bottone, ad esempio, era meglio di avere quattro persone con le scotte in mano, che i sistemi automatizzati, come quelli per far sparire le rande dentro agli alberi erano una chiave di volta per la navigazione in barca a vela.
Il mondo della vela è più avanti, all’avanguardia. Cosa si prospetta nella nautica di domani?
La tecnologia sta rendendo possibile il mondo dei foil, un sistema che consente alle barche di navigare volando sul mare, anche fuori dall’ambito ristretto delle competizioni. Ci sono diversi vantaggi, come la riduzione di circa un quarto del consumo del carburante andando a motore, la possibilità di andare a vela senza sbandare e poi “ volando “ sopra le onde. A mio parere, è certo che le barche si avvicineranno sempre di più agli aeroplani, non ci sono dubbi. Chiaramente c’è il tema del peso che porta dei limiti sulle dimensioni ma un tempo nessuno pensava che sarebbe stato normale andar per mare su barche di 40 metri, quindi la meccanica e l’automazione renderanno possibili anche le dimensioni. Allo stesso tempo il trend nell’approccio a questi oggetti sta cambiando e il mondo sta seguendo il moto positivo di avere una coscienza ambientale, il che vuol dire che è bene consumare poco. La legge della leggerezza si esprime nell’assorbire meno energia per fare le cose ma anche nell’essere meno ridondanti, nell’evitare ciò che non serve. Gli ultimi progetti che abbiamo sviluppato anche nel settore del motore sono barche minimaliste, più leggere, con motori più piccoli e propulsioni più efficienti. Quindi oggi c’è molto meno quel senso di potenza che c’era quando gli armatori volevano motori grandi con migliaia di cavalli. È cambiata la cultura. Sempre la tecnologia e l’automazione, non solo dei sistemi di bordo ma anche della portualità, hanno reso possibile navigare anche a chi non è una perso- na di mare; oggi ad esempio non serve saper fare le rotte, è tutto automatico e la barca si ormeggia più o meno da sola.
In questo senso mi sento di lanciare un grido di allarme perché, provenendo dallo yachting tradizionale, credo che sia importante recuperare la cultura del mare e l’educazione di sapere cosa significa navigare, aspetti che si sono un po’ persi in questa corsa alla fruibilità. Per me il futuro è un bello sguardo al passato per non perdere la coscienza di cosa stiamo facendo. La clientela di oggi non viene in cantiere, le barche si comprano su internet spesso con poca consapevolezza rispetto a ciò che c’è dietro, come ciò che ha un valore e non si vede. La cantieristica viareggina negli anni ‘80 e ‘90 aveva un grandissimo valore ma non sapeva parlarne, non è stata capace di valorizzare l’incredibile know-how che c’era, di fare ciò che hanno fatto al nord. Negli ultimi anni si sono deteriorate le eccellenze del distretto, ossia gli artigiani che avevano cervello, quelli che in senso poetico, citando il Carducci, erano degli “artieri”, cioè artigiani che erano anche progettisti, inventori, imprenditori. Uomini come i fratelli Pignati, carpentieri in metallo che venivano a bordo con un pezzo di cartone e senza computer, senza frese e senza la tecnologia di cui disponiamo oggi e realizzavano dei pezzi d’acciaio che erano capolavori. Tutto funzionava perfettamente e soprattutto durava nel tempo. Questo aspetto non è stato tramandato alle generazioni future ma qui abbiamo avuto degli artigiani incredibili!
La falegnameria che avevamo sviluppato con Perini ad esempio è stata una vera eccellenza, il massimo della qualità che si potesse trovare; ci sono degli interni su certi Perini degli anni ’80 che sono insostituibili, vere e proprie opere d’arte. Oggi le barche vengono fatte con pannelli pre-laccati e pre-verniciati, tagliati a laser e montati a incastro, con una filosofia “stile Ikea”, dietro non c’è nulla di nautico. Prima, anche un piccolo pezzo era fatto di venti lamelle di legno, per giunta invecchiato. Guarda le coperte dei Bergamini che sono sempre lì perché realizzate con il teak migliore che aveva minimo quindici anni di stagionatura. Adesso si usa quello appena tagliato che costa un quarto e il dramma è che quelli che oggi lo fanno così non sanno che c’è una tangibile differenza nel risultato e anche nella durata. Concludo quindi dando un consiglio, che è quello di guardare al passato per non perdere l’enorme patrimonio di una storia insostituibile di artigiani abilissimi. Come Scintilla, elettricista di Benetti, o Galli, elettricista di Cantalupi che veniva a bordo con il block-notes e cominciava a passare i cavi con sistemi che conosceva solo lui. Però quegli impianti sono ancora lì. Oggi invece non va mai nulla e il dramma delle barche è l’impiantistica che è estremamente sofisticata; sono più importanti le luci a led che cambiano colore piuttosto che il funzionamento di una buona pompa di sentina. Si guarda molto di più alla logica commerciale e del profitto, piuttosto che alla durata del valore dell’azienda nel tempo, alla sostanza. Bisogna vendere, consegnare. Bisognerebbe tornare ad incentivare il piccolo artigianato, che chiaramente costa qualcosa di più ma offre una qualità dieci volte più alta e dà più valore e prestigio alla barca, anche al momento di rivenderla. La parte difficile è non perdere il contatto con la realtà che è fatta di due elementi essenziali: il grande artigianato creativo, i famosi artieri appunto, e il valore del prodotto nel tempo.